Published on08/06/2016by: redazione

Quando la comunità si fa impresa

Cittadini che mettono risorse e allo stesso tempo sono utilizzatori dei servizi. Il fenomeno (in crescita) delle cooperative di comunità ha successo perché viene dal basso: dai servizi idrici ed energetici al recupero dei beni confiscati alla mafia. Cooperative diverse e innovative, che abbattono le tradizionali differenze tra pubblico e privato, tra profit e non profit. Il libro bianco di Euricse esplora per la prima volta il caso delle cooperative di comunità. 

CONFRONTI - COMUNITA' COOPERATIVE PER RIGENERARE ECONOMIE DI LUOGO a cura della Federazione trentina della Cooperazione e di EURICSE – European Research Institute on Cooperative and Social Enterprise intervengono: Carlo BORGOMEO, Carlo BORZAGA, Mario CALDERINI, Marina CASTALDO Nella foto: Marina CASTALDO, Mario CALDERINI, Carlo BORGOMEO, Carlo BORZAGA Festival dell’Economia Palazzo Calepini – Sala Fondazione Caritro Trento, 3 giugno 2016 FOTO: Nicola Eccher

FOTO: Nicola Eccher

È una storia soprattutto italiana, che va dal Rinascimento ai distretti industriali, dove più che singoli imprenditori illuminati sono le comunità ad individuare o promuovere le sviluppo di idee e progetti imprenditoriali. Anche al di fuori dei canali tipici delle economie di mercato.
Un approccio diverso all’economia e al sociale, dove contano i territori, la dimensione sociale, la relazione tra le persone e l’interesse a perseguire un obiettivo comune.

Euricse ha appena dedicato al tema un “Libro bianco”, presentato il 3 giugno al Festival dell’Economia di Trento nell’ambito di “Confronti” da Carlo Borzaga, presidente di Euricse, Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione con il Sud, Mario Calderini,  docente al Politecnico di Milano e Marina Castaldo, vicepresidente vicaria della Cooperazione Trentina.

Le cooperative di comunità danno luogo ad iniziative tra loro molto diverse per l’impegno richiesto ai promotori e con impatti economici non necessariamente rilevanti, ma spesso producono innovazione sociale e sono in grado di contribuire in modo rilevante al benessere delle rispettive comunità”, ha affermato Carlo Borzaga.

In concreto si va da iniziative limitate a ripensare servizi esistenti per migliorarne la fruibilità e ampliarne l’utilizzo anche a chi per ragioni di reddito rischia l’esclusione (come nel caso dei nidi comunitari e delle aperture delle scuole nei mesi estivi), alla creazione di luoghi dove ripensare le strategie di sviluppo dei rispettivi territori, fino a iniziative per la realizzazione di servizi tradizionalmente ritenuti compito degli enti pubblici o il recupero di beni immobili abbandonati da destinare ad utilizzi comunitari.
In comune c’è il fatto che queste imprese sono promosse dal basso, frutto della spontanea iniziativa di gruppi di cittadini. E anche la presenza di comportamenti cooperativi tra attori spesso diversi, accomunati dall’obiettivo perseguito dall’organizzazione.

Quando l’iniziativa richiede impegni che vanno oltre il volontariato gratuito e diventa impresa, assume generalmente la forma di cooperativa. “Non però della classica cooperativa a vocazione mutualistica, bensì di una cooperativa che si pone al servizio di tutti coloro che abitano la comunità di riferimento, indipendentemente dalla loro condivisione della proprietà”, aggiunge Borzaga.

Il libro bianco chiarisce lo scopo della cooperativa di comunità, ne sintetizza i principali elementi e sviluppa un quadro di interventi orientati a promuovere la nascita e il consolidamento di questo nuovo modello imprenditoriale. Sfatando alcuni luoghi comuni: non è vero che queste cooperative siano frutto della crisi o del fallimento dell’ente pubblico. Rappresentano piuttosto un contributo originale allo sviluppo economico.

Il caso più clamoroso di cooperativa di comunità è probabilmente quello nato nel rione Sanità nel centro di Napoli, dove un gruppo di giovani ha deciso di fare una cooperativa sociale recuperando in chiave turistica un bene culturale, le catacombe. Non ci credeva nessuno, quest’anno arriveranno a centomila ingressi.
“In quel luogo – ha affermato il presidente della Fondazione con il Sud Carlo Borgomeosemplicemente non si poteva fare altro. Se c’è un deficit di fiducia nessuna iniziativa è possibile”.

Per Mario Calderini, docente del politecnico di Milano, le cooperative di comunità possono essere motori importanti di innovazione. Si pensi alla gestione dei servizi di contiguità come energia e acqua, ma non solo.
“Di certo occorre un salto di qualità nell’approccio delle politiche nei riguardi di queste iniziative, dove non ha più senso parlare di primo, secondo o terzo settore. Con un rischio: attenti alla contaminazione tra mondo finanziario e sociale, potrebbe diventare perniciosa”

L’esperienza trentina è molto vicina alle cooperative di comunità – ha affermato la vicepresidente vicaria della Federazione Marina Castaldoabbiamo l’ambizione di essere co-costruttori di luoghi di crescita. La cooperativa (o cooperazione) di comunità costituisce innovazione sociale e di mercato, modello includente e partecipato dal basso. La nuova sfida per la cooperazione è quella di costruire reti relazionali che si stanno disgregando. La cooperazione di comunità potrebbe costituire una palestra per la formazione di nuovo management, di un certo tipo di cultura per lo sviluppo sostenibile”.

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