Published on25/07/2017by: redazione

La valutazione della rete delle Case del Quartiere: una conoscenza che apprende

di Flaviano Zandonai

Qualche mese fa abbiamo risposto con successo a un bando di selezione della Rete delle case del quartiere di Torino. L’obiettivo è di costruire uno schema di valutazione dell’impatto sociale generato da queste strutture polivalenti che giocano un ruolo chiave per l’animazione culturale, l’inclusione sociale e la coesione comunitaria nei principali quartieri del capoluogo piemontese. Una buona pratica di innovazione sociale come dimostra il premio nel concorso che-fare, il successo di iniziative come “Abitare una casa per abitare un quartiere” e la partnership in importanti progetti di rigenerazione urbana come “Co-City”. che ora attraverso la valutazione, mira a rafforzare la sua rete interna (tra le case) e verso l’esterno (interlocutori cittadini e di altre iniziative a livello nazionale e internazionale).

Senza entrare nel merito dei risultati puntuali di un progetto che è in piena fase di implementazione a livello di raccolta dati, si possono comunque proporre alcuni spunti in termini di apprendimento da parte di chi approccia questi fenomeni sul versante della conoscenza, in particolare in chiave valutativa. E’ chiaro infatti che le Case del Quartiere rappresentano “oggetti” sfidanti guardando al complesso di attività, iniziative e progetti da valutare e “soggetti” altrettanto stimolanti in termini di relazione con le persone e le organizzazioni che le gestiscono.

Ecco quindi in che senso questo progetto di ricerca e accompagnamento sta contribuendo a generare una conoscenza dove la qualità interpretativa e analitica è strettamente legata alla capacità di apprendere.

Moltiplicare e allentare i framework: di fronte alla estrema varietà delle esperienze analizzate viene naturale adottare framework interpretativi, ad esempio rispetto ai modelli organizzativi e di governance delle Case del quartiere, capaci di “asciugare” l’eterogeneità. L’approccio non è di per sé sbagliato perché i modelli aiutano a riconoscere i tratti costitutivi e a favorire il mutuo riconoscimento e la trasferibilità. Solo che in casi come questi occorre dotarsi di una repository ricca di modelli che siano adattabili a contesti dotati di una capacità spiccata di auto-analisi e rappresentazione di sé e che quindi approcciano in senso dialettico il percorso di infrastrutturazione della loro esperienza.

Costruire team come community: una conoscenza capace di apprendere richiede una profonda ristrutturazione delle modalità gestione della ricerca. L’obiettivo è di dar concretezza a processi che siano autenticamente aperti e co-costruiti, in particolare dando spazio ad “addetti ai lavori” (practitioners) che nelle Case del quartiere abbondano: operatori sociali, cittadini attivi, referenti istituzionali, ecc. Non si tratta di semplici “testimoni privilegiati”, ma di attori che interloquiscono attivamente su semilavorati, analisi preliminari, possibili approfondimenti, accettando di “star dentro” l’indagine (e non solo ai margini come committenti) mettendo “nero su bianco” le proprie opzioni di valore.

Scomporre e modulare i dati: i percorsi di ricerca come quello che stiamo realizzando producono una notevole quantità di dati, di varia natura e di diversa qualità. Da questo complesso è necessario distillare una conoscenza puntuale e condivisa intorno alle quale impostare il modello di valutazione. Per fronteggiare le inevitabili diversità che caratterizzano anche una rete relativamente coesa come quella delle Case del quartiere di Torino è importante segmentare il quadro conoscitivo in moduli tematici e legati ai diversi cicli di vita delle organizzazioni coinvolte. In questo modo si potrà disporre di una base comune intorno alla quale riallineare il sistema, ma anche di conoscenze ulteriori in grado di restituirne la variabilità e di sostenerne lo sviluppo senza appiattirlo.

Presidiare il processo: nella estrema fluidità di questi percorsi qualcosa deve rimanere rigido pena il rischio non solo di inefficienze, ma addirittura di smarrire l’obiettivo al quale si tende. In questo caso, ad esempio, abbiamo accettato il rischio di mettere tutto in discussione in termini di metodologia e ambiti di approfondimento, ma non il fatto che il processo di indagine sia rigidamente presidiato in termini di ruoli e responsabilità rispetto ai tempi di esecuzione, alle modalità di raccolta dati, alle forme di diffusione.

Il fatto che questi apprendimenti siano funzionali rispetto all’efficacia del percorso rappresenta un ulteriore elemento di valutazione. Che avremo modo di verificare nel breve periodo.

 

 

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