Dibattere d'impresa sociale

Di questi tempi per trovare un pò di dibattito sull'impresa sociale bisogna emigrare (o partire per le ferie) in Inghilterra, dove il confronto è piuttosto intenso. Agitato da due news recenti. La prima: il lancio della “Big society bank”, un istituto di credito che prende il nome dalla parola d’ordine del governo in carica e che finanzierà la produzione di servizi pubblici da parte di imprese sociali, charities e organizzazioni di volontariato. La banca, e questo è forse il punto più interessante, avrà come dotazione i conti dormienti presso le banche inglesi. Un ammontare fra i 60 e 100 milioni di sterline. Pare, perché in realtà si dibatte molto sull’ammontare delle risorse dormienti e inoltre si denuncia il rischio che, in tempi di crisi, una parte di questi fondi venga dirottata su altri investimenti o capitoli di spesa. Ma Cameron in persona ha assicurato che “neanche un penny” verrà sottratto. La seconda notizia, più recente e che non ha ancora raggiunto i nostri lidi, è la pubblicazione di un libro bianco sul futuro del sistema sanitario inglese dove si sostiene, fra l’altro, la volontà di creare “il più vasto settore di impresa sociale nel mondo” allargando il modello ai foundations trust, strutture locali che gestiscono prestazioni sanitarie per conto del servizio nazionale e sono amministrate da utenti, lavoratori, cittadini. Anche su questo fronte la discussione non manca, in particolare si segnala lo scetticismo della social enterprise coalition che vede nella proposta ministeriale una sorta di “fuga in avanti” che allarga eccessivamente il perimetro dell’imprenditoria sociale, comprendendovi organizzazioni che non sono, a loro avviso, completamente autonome rispetto alle amministrazioni pubbliche. Non lagnamoci troppo comunque. Perché di notizie da dibattere non mancano neanche qui da noi. Sole 24 ore di lunedì scorso: sono 629 le imprese sociali ai sensi della nuova normativa (al netto dello zoccolo duro della cooperazione sociale). Cento in più rispetto a un anno fa. E il tutto non solo senza incentivi, ma (soprattutto) senza informazione, come dimostrano i dati presentati nello stesso articolo. In attesa che, anche qui, qualcuno si muova.