Published on24/01/2019by: redazione

“Imprese di comunità, uno strumento di mobilitazione sociale”

Innovazione, partecipazione e sviluppo locale: il nuovo libro di Euricse

Sforzi: “Fondamentali le relazioni fra tutti gli attori, pubblici e privati”

di Marika Damaggio

Se ne parla con interesse crescente: le si invoca, le si studia, le si analizza nei dibattiti pubblici, le si eleva a soluzione ideale per affrontare questioni che meritano risposte inedite. Poi le si sperimenta, le si applica, le si testa e le si aggiusta lungo la via. Dire imprese di comunità, oggi, significa accendere la miccia della curiosità: dei cittadini, il cui protagonismo pare dinnanzi a un nuovo Rinascimento; dell’ente pubblico, che trova nuove energie (dal basso) per soddisfare bisogni rimasti perlopiù inevasi; e del movimento cooperativo stesso, che pare riattualizzare sé stesso. Nel mezzo di un clamore diffuso, emerge tuttavia il bisogno di fare ordine: cosa intendiamo per imprese di comunità? Quali sono i modelli organizzativi e quali gli scenari futuri di un fenomeno capace di offrire nuove opportunità di sviluppo locale e di riattivare la funzione originaria della cooperazione, per sua natura al servizio della collettività? Pier Angelo Mori e Jacopo Sforzi hanno provato a dare delle risposte, l’una dopo l’altra. Il libro “Imprese di comunità. Innovazione istituzionale, partecipazione e sviluppo locale ” (il Mulino) analizza venti esperienze e, al tempo stesso, ricostruisce la cornice – giuridica, organizzativa, economica – di un fenomeno tanto antico quanto contemporaneo nelle sue manifestazioni. Un fenomeno, ancora, che, oltre all’evidente vocazione nell’avviare nuovi processi di sviluppo locale, può persino contribuire a ricucire i lembi di uno strappo ormai visibile a occhio nudo: quello tra cittadini e politica. “Perché – sintetizza Jacopo Sforzi, ricercatore di Euricse – le imprese di comunità sono un nuovo strumento di cittadinanza attiva e democrazia partecipativa”. Una delle caratteristiche fondanti, del resto, “è avere una governance inclusiva”, spiega l’autore.

Sforzi, partiamo dal principio: se ne parla sempre più spesso, ma cosa sono le imprese di comunità? Quali gli elementi che concorrono alla definizione oggi tanto ricorrente? E cosa rende le comunità imprese?

“L’impresa di comunità è un nuovo modo di organizzare la produzione fondato sulla partecipazione diretta degli abitanti di un determinato luogo sia alla gestione e al finanziamento dei fattori produttivi sia alla definizione degli obiettivi, delle strategie e delle azioni da intraprendere per avviare processi di sviluppo economico della propria comunità locale. Lo scopo dell’impresa di comunità è produrre beni e servizi in grado di soddisfare i bisogni e gli interessi specifici della comunità locale. Questi riguardano tutti quegli ambiti che ogni comunità reputa prioritari e indispensabili per contribuire al miglioramento delle condizioni di vita dei propri abitanti: dal lavoro all’istruzione e alla formazione professionale, dall’assistenza socio-sanitaria alle attività culturali, dal turismo alla cura dell’ambiente. L’impresa di comunità rappresenta uno strumento innovativo di cittadinanza attiva e di democrazia partecipativa attraverso il quale i soggetti interessati decidono di organizzarsi per dare risposte collettive mirate a contrastare i processi degenerativi dell’assetto sociale ed economico della comunità locale causati dai cambiamenti del mercato. Le attività svolte mirano a promuovere l’inclusione sociale e a ricostruire o consolidare i legami sociali per rafforzare la coesione della comunità locale”.

Lo scrive già dalle prime righe del libro, nell’introduzione: “L’impresa di comunità è un fenomeno antico e nuovo al tempo stesso”. Quando prendono avvio le prime manifestazioni e quali sono le applicazioni di oggi?

“Di imprese di comunità s’inizia a parlare a fine Ottocento, in riferimento alle prime esperienze apparse nell’arco alpino, con le prime cooperative che producono beni o servizi di interesse generale per la propria comunità di riferimento, come le cooperative di consumo, o quelle di utenza che gestivano servizi essenziali per la comunità, come la produzione di energia idroelettrica. Nascono lì, nelle Alpi, perché si tratta di contesti dove il privato for profit era poco propenso a investire (per via dei modesti margini di profitto) e neppure l’ente pubblico era particolarmente presente, trattandosi di comunità molto piccole. Ecco che, con simili presupposti, i cittadini si auto-organizzavano per rafforzare i servizi. Oggi, tuttavia, quando si parla di imprese di comunità ci si riferisce a fenomeni diversi, a un nuovo attivismo locale che opera in nuovi settori d’attività”.

Diversi in quale misura?

“Nel corso degli anni, il modello cooperativo ha progressivamente ridotto la sua natura comunitaria. Si è spostato verso una sempre maggiore specializzazione settoriale, facendo l’interesse di un gruppo omogeneo di riferimento: i consumatori, i lavoratori, gli agricoltori ecc. Se andiamo a vedere le comunità in cui sono nati questi fenomeni, spesso il cittadino era, e in alcuni casi è ancora, contemporaneamente, socio della coop agricola, della coop di consumo e della banca di credito cooperativo. Oggi, l’idea è che le imprese di comunità vadano oltre il “vincolo” settoriale spostandosi verso un modello multisettoriale, superando, per quanto riguarda la forma cooperativa, il vincolo mutualistico, inteso come servizio al socio in quanto parte di un gruppo omogeneo. In altre parole: oggi, quando si parla di imprese di comunità l’obiettivo non deve essere l’interesse di un gruppo omogeno di soggetti, ma l’interesse dell’intera comunità. Se questo è l’obiettivo, sarà la comunità che, organizzandosi in forma imprenditoriale, individuerà le attività produttive e i servizi più funzionali al proprio processo di sviluppo”.

Nel volume che ha curato con Pier Angelo Mori racconta circa venti esperienze diffuse in tutto il Paese, seguendo le traiettorie di una ricerca empirica condotta da EURICSE negli ultimi anni. Come si è sviluppato il fenomeno, in Italia? Ci sono territori che più di altri hanno utilizzato questo strumento? E, ancora, sono principalmente le aree interne ad avvertire il bisogno di una maggior partecipazione o i contesti urbani?

“In Italia, la ricerca sul campo ha consentito di documentare che queste imprese stanno nascendo un po’ ovunque. Anche se nel libro ci siamo concentrati sulle esperienze più consolidate. Il fenomeno ha origine, quasi in continuità con il passato, soprattutto nelle aree rurali considerate marginali, dove nascono per reagire ai fenomeni di spopolamento, alla mancanza di lavoro e alla carenza di servizi sociali. Infatti, fra le prime esperienze ci sono la cooperativa “Valle dei Cavalieri” e la cooperativa “I Briganti di Cerreto”, entrambe situate nell’Appennino reggiano, e la cooperativa “L’Innesto” in Val Cavallina, nel Bergamasco. Oggi, le imprese di comunità nascono anche nelle aree urbane, principalmente per riqualificare quartieri caratterizzati da condizioni di degrado urbanistico e abitativo o di marginalità sociale. Sia chiaro: questo modello non è la soluzione a ogni problema. Inoltre, se il sistema socio-economico locale funziona, non deve per forza nascere un’impresa di comunità. In altre parole, laddove le imprese di comunità non esistono non significa che ci sia per forza un problema irrisolto”.

Il volume si conclude alzando lo sguardo, tracciando alcuni scenari futuribili. Quali sfide attendono le imprese di comunità per distendere a pieno le loro potenzialità? E a quali bisogni possono rispondere?

“Le imprese di comunità sono uno strumento che può essere usato in qualsiasi contesto socio-economico e in qualsiasi luogo in cui imprese e persone possono interagire tra loro. Ma non è solo un modello di interazione. Piuttosto, si tratta di uno strumento di mobilitazione sociale. Alla fine, il valore aggiunto è riscoprire l’importanza di un meccanismo di coordinamento di tipo cooperativo per individuare un percorso di sviluppo che non sia orientato al solo profitto, come quello capitalistico, conosciuto e applicato sino a oggi, con le conseguenze negative che vediamo. A quel percorso se ne può contrapporre uno diverso, in cui gli abitanti diventano attori del proprio sviluppo, per quanto questo è possibile. Ciò che serve per attuarlo, tuttavia, è un elemento imprescindibile: la volontà, la capacità e la concreta possibilità dei cittadini di essere parte attiva”.

Quindi, per essere davvero efficace, questo modello implica il protagonismo pieno dei cittadini?

“Questa capacità è indispensabile, ma per certi versi può risultare persino insidiosa e accrescere i divari socio-economici tra contesti locali differenti. Quando si parla di processi di sviluppo locale la loro attuazione non può essere lasciata solo nelle mani di pochi cittadini attivi. È necessaria la partecipazione di diversi attori ed è altrettanto necessario l’accompagnamento delle istituzioni pubbliche. La politica deve essere in grado di guidare queste trasformazioni. Non si deve limitare a finanziare le attività. Perché il problema è mettere le persone nelle condizioni di essere protagoniste. Queste condizioni sono economiche solo in parte. Esse sono soprattutto condizioni di contesto, cioè orientate a disegnare politiche di sviluppo locale che comprendano anche investimenti in formazione e co-progettazione dei processi di sviluppo. Anche se non tutte le persone devono per forza avere competenze imprenditoriali, tuttavia i percorsi orientati a fornire gli elementi conoscitivi necessari costituiscono strumenti fondamentali. Il potenziale delle imprese di comunità può emergere se si crea un sistema sia privato – e qui penso anche al ruolo fondamentale delle centrali cooperative – sia pubblico, capace di incentivare più che la mera fase di startup l’intero ciclo di accompagnamento. Fondamentale, quindi, è la capacità di costruire un nuovo tessuto di relazioni nella comunità e far dialogare tra loro persone che possono avere interessi diversi”.

Al tempo della disaffezione generalizzata, dell’incrinarsi ormai strutturale dei rapporti fra cittadini e istituzioni, fra cittadini e rappresentanti, l’attivazione di nuove forme – organizzative in primis – che consentano la partecipazione, può contribuire a risaldare la frattura?

“Come ho detto in precedenza, le imprese di comunità sono un nuovo strumento di democrazia partecipativa perché una delle loro caratteristiche è la governance inclusiva. Dell’impresa possono far parte soggetti diversi (persone fisiche e giuridiche, enti pubblici, organizzazioni private for profit e non profit). Ci sono casi in cui l’ente pubblico è socio e ci sono casi in cui non lo è. Ma non significa che tutti i portatori di interesse debbano essere soci. Ciò che conta è la collaborazione reciproca e la capacità di dialogo perché, alla fine, i benefici ricadono sull’intera comunità. Con simili premesse, in molti contesti socio-economici l’impresa di comunità è un’occasione per riallacciare i rapporti con la pubblica amministrazione nella gestione condivisa di alcuni servizi. È bene ricordare, infatti, che i cittadini non si sostituiscono all’ente pubblico che si sgrava delle proprie responsabilità. Si tratta di decidere insieme quali sono le opportunità di sviluppo locale. Per questa ragione, indipendentemente da una legge che riconosca a livello nazionale questo modello, ciascuna impresa di comunità sarà diversa dall’altra poiché nasce in base ai bisogni che le comunità esprimono”.

In tutto ciò, quale ruolo può avere il sistema cooperativo? Come e in quale misura può cogliere la sfida di una nuova mutualità?

“Con l’affermarsi di queste nuove forme di cooperazione, l’esigenza di superare lo scopo mutualistico come finora inteso – di servizio al socio in quanto parte di un gruppo omogeneo – assume un nuovo significato: si sviluppa a partire dai bisogni concreti di tutta la popolazione locale o di una gran parte di essa. Si viene così a determinare una nuova accezione di mutualità intesa come solidarietà organizzata che necessita di nuove soluzioni capaci di estendere a tutta la comunità norme e valori generalmente praticati all’interno di compagini sociali più ristrette. Dimostrando d’essere ancora una soluzione originale, capace di rispondere ai bisogni del nostro tempo, la cooperazione potrebbe tornare a riscoprire la sua natura originaria di strumento che integra economia e società. Facendo leva sui suoi valori di democrazia, partecipazione, solidarietà. E mutualismo, ovviamente, che con alcune modifiche della legge italiana sulla cooperazione potrebbe essere riformulato in senso più ampio e inclusivo”.