Published on06/07/2018by: redazione

Cooperative nella sanità, settore in exploit

I numeri parlano da sé: in Italia, il fatturato aggregato totale prodotto dalle cooperative attive nel settore della sanità è passato da 4,95 miliardi di euro nel 2007 a 7,49 miliardi di euro nel 2016. Tradotto: il 51% in più. Un incremento trainato perlopiù dallo sviluppo delle attività di assistenza socio-sanitaria residenziale e non-residenziale rivolte ad anziani e disabili (l’ordine di grandezza è da 2,15 a 4,35 miliardi di euro di fatturato).

Sono confcoopquesti i numeri elaborati da Gianluca Salvatori, segretario generale di Euricse, sulla base dei dati AIDA (Analisi informatizzata delle aziende), amministrata dal Bureau Van Dijk. Ospite dell’assemblea annuale di FederazioneSanità, Salvatori ha declinato punto per punto limiti (attuali) e potenzialità (future) di un rapporto destinato a crescere: quello tra cooperazione e sanità.

Le premesse sono ormai note: rispondere ai cambiamenti demografici, ai nuovi bisogni di cura e assistenza nonché lenire le disuguaglianze emergenti sono solo alcune delle priorità che segneranno i decenni a venire. Obiettivi, questi, inseriti nell’Agenda 2030 dell’Onu che cita apertamente la necessità “di conseguire una copertura sanitaria universale, compresa la protezione da rischi finanziari, l’accesso ai servizi essenziali di assistenza sanitaria di qualità e l’accesso sicuro, efficace, di qualità e a prezzi accessibili a medicinali di base e vaccini per tutti”.

Qualche numero rende l’idea. Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità, nel 2010 circa 808 milioni di individui nel mondo hanno utilizzato più del 10% del proprio reddito familiare per fare fronte a spese mediche out of pocket (circa l’11,7% della popolazione mondiale) e, di questi, 179 milioni di individui hanno usato per tali spese più del 25 percento del proprio reddito familiare (2,6% della popolazione mondiale). Ma i sistemi sanitari di molti Paesi industrializzati stanno inoltre affrontando la crescente domanda di servizi di cura a lungo termine. L’invecchiamento della popolazione e la gestione delle malattie croniche ha reso necessario un incremento progressivo della spesa sanitaria e lo sviluppo di nuovi schemi organizzativi.

E qual è, in tale contesto, il contributo delle cooperative? “Secondo il Rapporto IRIS, di prossima pubblicazione, le istituzioni non-profit societarie operanti nel settore dell’assistenza sanitaria costituiscono appeno lo 0,2% del totale delle istituzioni operanti in questo settore. La preponderanza delle imprese for profit rimane dunque schiacciante – spiega Euricse –  Il quadro si ribalta se si prende in considerazione il settore dell’assistenza sociale residenziale e non residenziale, dove le istituzioni societarie non-profit costituiscono, rispettivamente, il 50,6 e il 46,8% delle istituzioni operanti in questi settori”. Per capirci, nel settore dell’assistenza sociale residenziale le istituzioni non-profit danno impiego all’81,7% dei lavoratori impiegati nel settore, mentre, nel caso dell’assistenza sociale non residenziale, tale percentuale sale al 93,5 percento.

Complici i bisogni emergenti, le performance sono cresciute sensibilmente. “Il numero complessivo dei dipendenti impiegati dalle cooperative operanti nel settore sanitario e socio-sanitario in Italia è aumentato enormemente tra il 2007 e il 2016, passando da 62.529 a 151.565. Ciò corrisponde a un incremento del 142,4 percento – ricorda Euricse analizzando i dati AIDA – Il fatturato aggregato totale prodotto dalle cooperative operanti nel settore della sanità è passato da 4,95 miliardi di euro nel 2007 a 7,49 miliardi di euro nel 2016 (+51%). Tale incremento è stato trainato in gran parte dallo sviluppo delle attività di assistenza residenziale e non-residenziale rivolte ad anziani e disabili”. Ancora: queste attanzianiività producevano nel 2007 un fatturato pari a 2,15 miliardi di euro e nel 2016 un fatturato pari a 4,35 miliardi di euro (considerando anche le attività di assistenza infermieristica residenziale rivolte ad anziani). Ciò significa che l’86 percento dell’aumento del settore in termini di fatturato nel periodo 2007-2016 è stato dovuto allo sviluppo di tali attività.

Con tali margini di crescita, gli scenari aperti sono più d’uno. E Gianluca Salvatori, nel corso dell’assemblea di FederazioneSanità, li ha elencati. Il primo: “Fornire servizi di assistenza socio-sanitaria a lungo termine”. Perché, del resto, la domanda di tali servizi è in crescita a causa dell’invecchiamento della popolazione.  Il secondo: “Organizzare e regolarizzare i lavoratori del settore dell’assistenza socio-sanitaria a lungo termine, contribuendo a contrastare il lavoro irregolare e a raggiungere gli obiettivi fissati dall’ILO e dall’ONU per la diffusione del lavoro dignitoso”. Il terzo: “Intermediare, tramite le mutue, la spesa sanitaria privata out of pocket”. Infine rispondere ai bisogni, presenti e futuri. Come? “Progettando e attuando nuove soluzioni per l’invecchiamento attivo, in modo da ridurre il numero di persone non-autosufficienti o isolate e migliorare la qualità della vita della popolazione”.

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