Il dibattito sulla crisi segue un copione ben preciso. Sia nelle analisi che nelle soluzioni. Finché il sistema capitalistico regge le forme "alternative" di regolazione dei rapporti economici sono, nel migliore dei casi, marginalizzate e nel peggiore considerate di volta in volta transitorie, residuali, inefficienti, ecc. Quando poi la crisi mette in luce, drammaticamente, i limiti del modello dominante riemergono, spesso con un pericoloso intento miracolistico, soluzioni che chiamano in causa una non sempre chiara opzione "sociale" dell'economia: le cooperative sociali e di lavoro come ammortizzatori sociali, il credito in versione cooperativa che regge al crollo delle banche for profit (e che magari fino a non molto tempo fa erano di tipo non lucrativo), le mutue come nuovo "pilastro" del welfare, fino a rispolverare forme di compartecipazione dei lavoratori alla governance (e alla ripartizione degli utili) delle imprese di capitali. Ecco, in questo consiste il presunto carattere "anticiclico" delle istituzioni non capitalistiche, in particolare quelle cooperative e di impresa sociale. In realtà chi sostiene aprioristicamente questa impostazione si erge, paradossalmente, a difensore del paradigma dominante anche nella fase in cui si manifestano, più evidenti, i suoi fallimenti. Quando "il ciclo" riprenderà, magari con un un "lifting" di Corporate Social Responsability, il resto ricadrà nel dimenticatoio o nella marginalità. Non è solo un problema teorico tutto interno alla comunità scientifica, ma coinvolge, pesantemente, la formulazione delle politiche. L'ILO, ad esempio, ha da poco pubblicato un documento sulle cooperative, peccato però che negli ultimi anni abbia drasticamente ridotto lo staff di ricercatori impiegato su questo fronte. L'Ocse sforna quotidianamente cifre allarmanti sulle ricadute occupazionali della crisi, ma è restio a divulgare le molte analisi compiute in questi anni sul ruolo dei soggetti imprenditoriali a finalità sociale. La ripresa, quella "reale", improntata cioé alla produzione e redistribuzione di ricchezza secondo criteri di maggiore equità e sostenibilità, potrà essere tale solo se cambieranno "i fondamentali" del sistema economico, riconoscendo la pluralità dei modelli e delle istituzioni. Questo però richiede una maggiore capacità di definizione concettuale e di analisi empirica del settore grazie a una produzione scientifica in grado di modificare il mainstream.